Volo.

Pedalo sul rettilineo a velocità crescente.

Allungo le marce.  

Libero le ali e scarto l’innesto. 

Ora la catena muove le ali. 

Pedalo, al primo battito la bicicletta guizza in aria, ricade a terra, si stacca di nuovo, pedalo come un forsennato, guadagno qualche metro in altezza, ci sono i fili del tram, sbando a mezz’aria, sterzo e mi districo, li schivo, monto al di sopra, l’asfalto si allontana, guardo stralunato dall’alto, svolazzo, molto instabile, vuoti d’aria, inclino, sbando, manubrio impazzito, molta fatica, eccitazione alle stelle. 

Il vento dirotta ogni momento, le nuvole fanno paura e i palazzi sono in basso. 

Solco l’aria con una felicità che mi esonda. 

Ho il vento in poppa. 

Volo veloce verso casa.

Sono quindici, venti minuti di pedalata in cielo. 

Le nuvole prendono a gocciolare e il vento s’impenna in raffiche pericolose. 

Mi preoccupo.

Come riuscirò ad atterrare nello spazio ristretto di casa in mezzo al bosco?

Sarò trascinato via dalla corrente?

Sarò abbattuto da una folgore?

Mi incastrerò fra i rami degli alberi?

No, è tempesta, ma, pure in tempesta, mi capofitto in una manovra brusca e ardita: atterro. 

Le ali sono integre. 

Io fradicio ed ebbro di gioia. 

Ripiego le ali, riparo la bici e mi butto in casa. 

Domattina tornerò a volare fino al lavoro. 

Avanti e indietro tutti i giorni. 

Chi pensava ai droni utilitaria, non poteva immaginare che la rivoluzione sarebbe passata di nuovo dalla bicicletta.